Lotto N: 25

PAOLO, DETTO IL VERONESE CALIARI (1528 - 1588)

Allegoria della Speranza.

76 x 102 cm

Olio su tela

Tipologia oggetto Opere su tela/tavola

Dipartimento ARTE ANTICA E DEL XIX SECOLO

Periodo Arte antica

Descrizione

**Opera proveniente da fallimento di società.
L’opera é accompagnata dall’expertise di Emilio Negro.
Provenienza: Collezione d’arte privata.
L'opera è accompagnata dall'attestato di libera esportazione.

Figlio di uno scalpellino e lapicida, che incideva le iscrizioni nel marmo, tale Gabriele di Pietro (“spezapietra”), Paolo Caliari inizia la sua formazione a Verona nel 1541 presso la bottega di Antonio Badile, forse anche di Giovanni Francesco Caroto; successivamente, trasferitosi a Venezia, diviene noto con il soprannome di “Veronese”.
L’artista viene fortemente influenzato dal rapporto con l’architetto e mentore Michele Sanmicheli, che lo inizia alle novità di gusto manierista in ambito toscano e romano introdotte nell’Italia settentrionale da Giulio Romano, attivo a Mantova presso i Gonzaga ed il Parmigianino, interpretate personalmente dal giovane pittore ormai prive dell’apparato intellettuale, arricchite a livello cromatico.
La fiducia del suo mentore gli permette di ottenere il primo importante incarico presso la decorazione della villa sanmicheliana Soranzo a Treville di Castelfranco veneto (Treviso, 1551), commissione che lo introduce nella cerchia del patriziato veneto; conseguentemente nel 1560 gli viene affidata la decorazione di Villa Barbaro, di costruzione palladiana a Maser, nel trevigiano, ottenendo risultati talmente stupefacenti da essere considerato tra i suoi capolavori.
La prima commissione veneziana lo vede impegnato dal 1553 al 1555 nella decorazione dei soffitti delle sale del Consiglio dei Dieci di Palazzo Ducale, dove realizza un complesso programma iconografico che si avvale di scene tratte da cicli mitologici.
Lo stile di Veronese è assolutamente nuovo per la città lagunare, fondato su composizioni in cui le torsioni manieristiche delle figure sono esaltate luministicamente e cromaticamente utilizzando una palette di colori vividi e cangianti dagli effetti drammatici e raffinati al contempo; nel tempo matura il suo specifico linguaggio illusionistico, che si avvale di tagli prospettici audaci, dai caratteristici toni brillanti circonfusi di luce ed ombre dai colori iridescenti.
L’artista diviene l’erede artistico del Tiziano presso le committenze aristocratiche veneziane, che ne apprezzano le qualità ritrattistiche in virtù dell’attenta individuazione dello status sociale, attraverso una minuziosa resa dell’abbigliamento, le pettinature, gli accessori, in particolare i gioielli dipinti con un gusto per i dettagli degni dei più valenti orefici.
Predilette come soggetto delle sue ampie composizioni sono le “Cene”: tra le più note, “La Cena a Casa di Simone”, conservata nella Galleria Sabauda di Torino, “La Cena in Emmaus” del Louvre a Parigi, “La Cena a Casa Levi”, presso le Gallerie dell’Accademia di Venezia, in cui narra episodi religiosi rappresentando scene tratte dalla vita mondana veneziana, ambientate in vaste scene all’aperto cariche di personaggi dai tratti fisiognomici riconoscibili insieme a figure pittoresche di nani e buffoni, realizzando un’iconografia tra il sacro ed il profano che gli causa addirittura un processo intentatogli dalla Santa Inquisizione di Venezia.
Nelle opere dell’ultimo decennio di attività, per aderire ai dettami del Concilio di Trento (1545-1563), rispondere al clima mutato in seguito alle devastazioni compiute dalla peste veneziana del 1576 e dall’incombere del processo di decadenza di Venezia dovuto alle volontà espansionistiche dell’impero turco, l’ artista abbandona progressivamente i grandi impianti iconografici per dedicarsi a scene in cui maggiore è l’attenzione all’introspezione psicologica, resa utilizzando una tavolozza dai colori più tenui e delicati.

L’opera, dipinta con il consueto virtuosismo pittorico, è stilisticamente confrontabile, come confermato verbalmente da Terisio Pignatti e Filippo Pedrocco, autori di diverse monografie specialistiche sull’artista, con le ultime realizzazioni di Veronese, riferimento che trova conferma ulteriore nell’expertise di Emilio Negro.
Come dall’osservazione di quest’ultimo all’interno della sua expertise, in quest’opera ascrivibile alla tarda maturità, il Veronese attenua i contrasti cromatici, rende il disegno più sfumato e le fisionomie più delicate, rivolgendo la sua attenzione su tematiche più introspettive e spirituali.
La posa e la gestualità della figura, la raffinatezza della resa dei dettagli preziosi dell’abbigliamento, in particolare dei gioielli, gli effetti di luce perlacea così come il trattamento delle vesti con particolari di sofisticata ed evocativa trasparenza del vestito indicano l’opera ascrivibile alla mano dell’artista.
L’opera raffigura un’Allegoria della Speranza, una delle tre Virtù Teologali, insieme alla Fede e la Carità, caratterizzata dalla grande àncora sulla sinistra, di cui è l’attributo iconografico preminente.
L’àncora, nella sua particolare forma è rievocazione della croce, insieme all’inevitabile rimando alla potenza navale e mercantile della Repubblica marinara di Venezia, perfetta sintesi di sacro e profano.
La giovane donna ha lo sguardo estaticamente rivolto verso il Cielo, da dove attende la Salvezza Eterna, le mani con i palmi rivolti verso lo spettatore in atteggiamento di devozione; lo sfondo presenta uno scorcio paesaggistico d’ispirazione tizianesca, una colonna decorata a racemi a spirale di foglie d’edera, simbolo di fedeltà.
Il tema religioso non limita altresì viene esaltato dalla grazia e l’eleganza della giovane donna che simboleggia la Speranza, dall’iconica bellezza veneziana secondo i canoni estetici prediletti all’epoca, l’incarnato chiarissimo, i capelli dal caratteristico biondo ramato veneziano, la veste sofisticata resa con un trattamento delle diverse materie tessili dalla sottile sensualità pressoché tattile, dai colori simbolici come l’azzurro (che rimanda al manto della Vergine), il giallo oro dell’ampio panneggio (simbolo della Luce della rivelazione divina), il vezzo di perle al collo, ai lobi e sull’acconciatura (simbolo di Gesù Cristo e del regno dei Cieli, la cui ricerca “ é simile ad un mercante che va in cerca di perle, trova una perla di grande valore, vende tutti i suoi averi e la compra”), la spilla sul corsetto in oro e rubino, simbolo cristologico della Passione.
Il quadro rientra nella produzione dell’artista destinato ad una committenza privata; presenta le caratteristiche delle opere della tarda maturità del Veronese, vedasi l’accostamento con la “Visione di S. Elena” dei Musei Vaticani di Roma del 1580 circa, il ciclo pittorico della demolita chiesa veneziana di S. Nicolò della Lattuga del 1582 circa e con la serie dei teleri per il Duca di Buckingham dipinti tra 1580 e 1588, suddivisa tra la National Gallery of Art di Washington (“Rebecca al pozzo”), la Národní Galerie di Praga (“Adorazione dei pastori” e “La lavanda dei piedi”) e il Kunsthistorisches Museum di Vienna (dove sono conservate le restanti sette tele).

Base d'asta: Euro 60.000,00

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